LA VENERABILE MARIANNA SALTINI VED. TESTI
MAMMA NINA
di Remo Rinaldi
Una vedova che lascia sei figli suoi, per essere madre delle figlie dell'abbandono o della sventura, arrivando ad averne, durante la guerra, circa 400, non è un fatto normale.
Se, poi, riesce a mantenerle anche senza avere tutte le prescritte tessere annonarie e senza chiedere nulla ad altri, il fatto comincia a impensierire.
Marianna Saltini nasce a Fossoli di Carpi (Modena), nel 1889, terza figlia di Cesare e Filomena Righi.
I Saltini sono una ricca famiglia di coltivatori diretti che, oltre i terreni propri, lavorano anche vaste aree prese in affitto, giovandosi del lavoro di parecchi braccianti.
Marianna, chiamata Nina in famiglia, comincia ben presto a rendersi utile in casa, cullando i fratellini più piccoli, sorvegliandoli, controllando che facciano i compiti e studino le lezioni, preparandoli per la messa domenicale.
Allora, la prima figlia (i due fratellini nati prima di lei sono morti), per poter essere d'aiuto in casa, non era destinata agli studi, anche nelle famiglie della borghesia agricola, perciò Nina frequenta solo le prime tre classi elementari. Nella famiglia Saltini si fornisce ai figli una formazione religiosa essenziale, educando più con l'esempio che con le parole.
Nina è una ragazza assennata e molto bella, giudicata scontrosa dalle amiche, perché non si associa ai loro discorsi frivoli o ai pettegolezzi.
A vent'anni si fidanza con il giovane sarto carpigiano Arturo Testi. Il nonno contrasta i progetti matrimoniali dei due giovani, perché non è ammissibile che una ragazza bella e ricca come Nina sposi un giovane, sia pure onesto, che riesce a mala pena a sbarcare il lunario.
Nina è brava, è buona, ma possiede un carattere deciso e supera la difficoltà fuggendo una notte da casa, rifugiandosi presso due zii di lui.
Interviene a mediare il parroco della cattedrale di Carpi, monsignor Eugenio Loschi, che conosce bene il giovane, riuscendo a vincere la contrarietà del nonno.
Il matrimonio si celebra a Carpi, nella cattedrale, il 21 dicembre 1910. La coppia, migliorata la situazione economica, acquista una villetta a Carpi, in Via Sbrillanci.
Il matrimonio è allietato dalla nascita di sei figli: Sergio, Vincenzo, Enzo, Maria, Francesco, Gioacchino. Oltre ad accudire alla casa, ad allevare e educare i figli, Nina, con il permesso del marito, assiste di notte ammalati poveri della città.
Il marito Arturo muore nel 1929, dopo una lunga malattia renale, che mette in difficoltà economiche la famiglia, costringendo i Saltini a intervenire con decisioni discutibili.
Il piccolo Gioacchino è affidato al fratello di Nina, Sergio, sposato senza figli. La villetta di Carpi viene venduta senza l'assenso del figlio Sergio, prossimo alla maggiore età, e del fratello di Arturo comproprietario.
Tutto questo provoca in seguito una controversia.
All'ultimo momento, mentre Arturo è moribondo, viene scovato per Nina e figli, un piccolo appartamento d'affitto che non basta per tutti. Eppure i Saltini sono ricchi.
Dopo alcuni mesi di smarrimento, Nina si risolleva, parenti e conoscenti s'accorgono che è cambiata, intuiscono che è accaduto qualcosa, ma non riescono a capire.
Con una sicurezza impensabile prende decisioni importanti per l'avvenire dei figli.
Impegna le macchine per cucire della sartoria e manda il figlio più grande, Sergio, a perfezionarsi presso una scuola sartoriale di Parigi.
Il secondogenito Vincenzo è ad Alba nell'Istituto di don Alberione, dove andrà anche il terzogenito Enzo.
Il piccolo Gioacchino è con gli zii Sergio e Aderita.
Nina scriverà semplicemente: "Gesù mi faceva sentire una forte vocazione mai avuta neppure da ragazza".
Nel 1933, papà Cesare convince la figlia Nina a recarsi a San Giacomo Roncole di Mirandola, dove il fratello don Zeno ha iniziato ad accogliere i figli dell'abbandono e della miseria.
Nina dirà che ha "imparato la carità" dal fratello don Zeno.
Resta a San Giacomo per un anno o poco più.
Ha con sé i figli: Maria, - che entra in un collegio femminile fondato da don Alberione in Alba -, Sergio e Francesco.
Durante un momento di riposo in cucina, Il locale diventa splendente: ha una misteriosa visione di san Francesco.
Nina interpreta la visione come un invito a dedicarsi a una sua missione particolare: "Quella di ubbidire a quella insistenza di Dio che da anni mi faceva sentire": la salvezza delle bambine abbandonate e in pericolo morale.
Nel marzo 1934, si trasferisce a Fossoli.
Aiuta la maestra dell'asilo parrocchiale, adattandosi a far di tutto: bidella, cuoca, catechista.
Assiste anche i malati poveri della parrocchia.
Dopo sette mesi di permanenza a Fossoli, papà Cesare e mamma Filomena, impongono a Nina di trasferirsi a Carpi, nell'appartamento del fratello avvocato Giovanni, ancora celibe.
A Carpi, Nina avvicina prostitute, mezzane e le convince ad affidarle le loro figlie, per toglierle dalla strada.
Alcune di queste bambine, d'estate, vivono di espedienti e dormono all'aperto, sotto i portici della vasta piazza della città.
Nina cura le bambine che le sono affidate, le fa custodire da qualche famiglia, pagando.
A Carpi qualcuno parla con dileggio della "pazza Saltini".
"Guardala lì, pianta i suoi figli per sbaciucchiare le sue mocciose!", le gridavano per strada.
I famigliari ricorrono a tutti i mezzi per farla desistere dalla sua fissazione, ritenuta morbosa.
Nina soffre e tace, persiste nella sua decisione, incoraggiata dall'approvazione del vescovo di Carpi Giovanni Pranzini.
Riunisce le prime bimbe in una stanza dell'appartamento della signora Irene Tassi, una vedova con 11 figli disposta ad aiutarla.
Porta loro ogni giorno quanto la Provvidenza le fa arrivare, profittando anche dell'abbondanza che trova nelle case dei Saltini, confessando candidamente: "Io portavo via la roba, ma sapevo Chi pensava a rimpiazzarla".
Mamma Filomena, insospettita, controllava tutto minuziosamente, ma "Dio sollevava (cioè, faceva aumentare farina e legumi) i sacchi e la mia mamma non se ne accorgeva", scrive Nina.
Dopo qualche mese, nel settembre 1935, riesce a sistemare le bambine in un locale del palazzo Molinari, in Corso Fanti.
Da questo momento le bambine la chiamano "mamma Nina" e tutti la chiameranno sempre e solo così.
Le tensioni con i figli e con la famiglia non sono risolte del tutto.
La sistemazione dei cinque figli maschi era più o meno soddisfacente, ma quella della figlia Maria era davvero difficile.
Un giorno, Mamma Nina va a Modena al collegio delle suore Orsoline e tiene, pressappoco, questo discorso alla madre superiora: "Madre, sono vedova con sei figli piccoli.
Gesù mi ordina di accogliere e di educare le bambine che vivono in ambienti malfamati o che sono abbandonate, per portarle al matrimonio.
Dovete prendere la mia figlia Maria nel vostro collegio, che è il migliore di Modena, così i miei parenti non potranno dire che la trascuro.
Le mie possibilità economiche sono zero, perciò dovete tenerla gratuitamente, come faccio io con le bambine che il Signore mi affida".
La superiora resta stupita, ha l'impressione di avere davanti a sé una squilibrata, le risponde che non è possibile.
Mamma Nina, tranquilla, ribatte che sarebbe ritornata dopo otto giorni per la risposta.
Appena partita, la superiora si affretta a scriverle per ribadire il rifiuto.
Quando se la rivede dinnanzi è allibita, chiede alla donna se ha ricevuto la sua lettera.
Mentre chiede, vede che la lettera è ancora lì sul tavolo, in evidenza, nella stessa posizione in cui l'aveva messa dopo averla scritta.
Turbata, risponde che la richiesta è accettata.
Nel 1936, il Comune di Carpi offre in uso a mamma Nina il palazzo Benassi.
La permanenza della numerosa comunità di bambine, - nel 1937 sono una cinquantina -, nel corso degli anni, incontra varie difficoltà.
La più nota è quella della progettata requisizione del palazzo da parte del Comune per finalità diverse da quelle di mamma Nina.
Al podestà che mette in dubbio che Dio si scomodi per le bambine, mamma Nina risponde: "Eppure, è proprio così.
E' Lui che si prende cura di tutto.
Se Gesù volesse, lei domani non sarebbe più podestà di Carpi".
Dopo pochi giorni, il prefetto di Modena accetta le dimissioni mai date del podestà.
Mamma Nina sa solo pregare, non ha certo manovrato con le autorità per ottenere questo risultato.
Nel frattempo, due figli di mamma Nina, Vincenzo (don Samuele) ed Enzo (don Maggiorino), diventano sacerdoti nella società S. Paolo di don Alberione.
Un terzo, Francesco, lo diventerà nel dopoguerra (don Franco).
Maria è a Modena nell'Istituto delle Orsoline.
Il più piccino, Gioacchino, è adottato da Sergio, fratello ammogliato di Nina.
Il figlio maggiore, Sergio, perfezionatosi a Parigi, è ormai un sarto affermato.
Sempre nel 1937, Mamma Nina apre una seconda sede dell'Istituto a Modena, passando in sedi sempre più vaste.
L'insediamento nelle varie sedi è caratterizzato da difficoltà e preoccupazioni non lievi, tutte superate in circostanze che fanno pensare all'intervento prodigioso del Signore.
Nel marzo 1938, nella cattedrale di Carpi, Mamma Nina riceve l'abito religioso dal figlio Vincenzo (don Samuele), che celebra la prima messa solenne.
Si uniscono a lei, nel costituire una nuova famiglia religiosa: Ottorina Ballerini, Fernanda Forghieri, Maria Lodi, Ines Lugli, Erminia Martinello.
Dopo la cerimonia religiosa, era previsto un pranzo di festa per varie decine di persone.
A palazzo Benassi si presenta, però, anche un numero incredibile di poveri, che si erano passati la voce.
I commensali erano più di trecento.
Mamma Nina non si sgomenta, alle sorelle e alle figlie allarmate dice che ci avrebbe pensato Gesù.
Lei stessa serve alle tavolate improvvisate.
A fine pranzo si raccolgono gli avanzi: molto pane e parecchia carne.
I suoi fratelli sacerdoti vorrebbero indirizzare la sua attività su binari diversi.
Il fratello don Vincenzo la invita a rivolgersi alle istituzioni civili per ricevere aiuti economici.
Mamma Nina rifiuta con decisione, poiché il Signore le ha proibito fin dall'inizio di chiedere aiuti.
Ormai mamma Nina si è guadagnata la stima e l'ammirazione di tutti.
L'Istituzione "fondata da Gesù", come lei sostiene con ostinazione, si afferma con una fisionomia tutta sua: non collegio, convitto, orfanotrofio, ma una casa famiglia, dove le bambine vivono seguite con affetto materno da Nina e dalle sue compagne.
Nella casa, sostenuta com'è dai segni pressoché quotidiani del Signore, non manca niente del necessario, senza chiedere nulla a nessuno, perché "Gesù non vuole".
Le bambine diventano ben presto un centinaio e oltre.
La gente di Carpi non si stupisce quasi più dei fatti straordinari che accadono nella "Casa della Divina Provvidenza".
Il 28 luglio 1941, Benito Mussolini è a Carpi.
Gli parlano della Casa della Divina Provvidenza, vuole visitarla.
Mamma Nina lo accoglie nell'atrio, con le sorelle e le bambine.
Il Duce vuol sapere come fa a mandare avanti la casa.
"Venga con me e le mostrerò come faccio", dice Nina, e lo invita a seguirlo all'interno.
Il corteo dei gerarchi s'accoda.
Mussolini li ferma: "Vado da solo!".
Entrano nella cappella.
Mamma Nina indica il tabernacolo.
Non si sa che cosa si sono detti.
Escono dopo un pò.
Mussolini non ha la solita espressione da dominatore, lascia in dono centomila lire.
A metà agosto entra a Carpi il nuovo vescovo, il cappuccino Vigilio Federico Dalla Zuanna.
Si affretta a conoscere Mamma Nina e la sua Casa il 21 agosto.
Durante la guerra e la Resistenza Mamma Nina ospita nelle sue case parecchi perseguitati, specie donne ebree.
Svuota la dispensa per sfamare povera gente.
Aiuti inaspettati le arrivano dalle parti in lotta.
Le autorità pubbliche sono insospettite dal fatto che le bambine hanno cibo e vestiario sufficiente, fanno controllare le tessere annonarie, risulta che ne ha una quarantina di meno.
Perché? Le ha date a dei bisognosi.
Esponenti della Guardia repubblicana, alludendo alle donne ebree che ospita, le dicono: "Mamma Nina, sappiamo che nelle sue case non tutto è in ordine, ma chiudiamo gli occhi perché è lei".
In altra occasione, rifiuta vettovaglie che sa di provenienza furtiva e risponde a certe loro rimostranze: "Par mè a si tut me fioi.
Me a go 'na bandera sola, quela dl'amor!".
Nell'immediato dopoguerra, un capo partigiano comunista le dice: "Mamma Nina, lei ha le carte in regola, nessuno verrà a molestarla".
Nina, che ha nuovi perseguitati rifugiati in casa, risponde: "Grazie, stia sicuro che continuerò a fare quello che ho sempre fatto".
Come qualsiasi altra mamma, prepara le sue ragazze al matrimonio, con la formazione morale e professionale, accettando i fidanzati in casa, curando la loro preparazione religiosa al sacramento, pensando al corredo, al pranzo, al viaggio, portandole all'altare.
La Divina Provvidenza, in queste occasioni, è più generosa del solito.
La vita di mamma Nina e del suo istituto scorre su questi binari per anni.
Dal 1936 al dicembre 1957, anno della morte di Mamma Nina, sono state ospitate nella Casa della Divina Provvidenza oltre mille bambine.
Mamma Nina lavora instancabilmente per le figlie, prega intensamente Gesù eucaristico, ha una fiducia incrollabile nell'aiuto di Dio, che si manifesta spesso con fatti prodigiosi.
Una vita faticosa, travagliata da dolori e incomprensioni, consolata dall'aiuto evidente del Signore, spesa nell'amore materno al suo grado più elevato.
Aveva visto giusto il vescovo Dalla Zuanna che, nella sua prima visita alla Casa aveva parlato, Vangelo alla mano: "Guardate gli uccelli del cielo. Osservate come crescono i gigli del campo.
I loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli".
Per noi, uomini e donne del Duemila, smaliziati dal progresso scientifico, resi ottusi dal benessere, sembra una vita al limite dell'impossibile e dell'incredibile.
Eppure, non è incredibile, è Vangelo.
Dio continua a raccontarsi agli uomini per mezzo dei santi, i quali sanno dimostrare la forza della fede e della preghiera all'umanità scettica e distratta di oggi.
Ed è ancora così.
Basta andare a controllare, a Carpi, in provincia di Modena, Casa della Divina Provvidenza, Via Matteotti, 71.